domenica 8 maggio 2011

45. Il transito da un campo all'altro

Nella Parigi balzachiana non ci sono più campi e anticampi (siano essi luoghi, quarieri, ceti, classi o valori) in opposizione tra loro. C'è invece una molteplicità di campi che si trovano tra loro in relazione dialettica. Questa dialettica si dispiega in tutta la sua potenza nello spazio pubblico cittadino: è qui che essa produce l'evento originario, la scintilla che poi metterà in moto l'intera narrazione. Si tratta dell'incontro casuale che permette all'individuo il transito da un campo all'altro senza che esso venga percepito come una violazione della norma o del conflitto. In città, sembra dire Balzac, ogni volta che ci si trova in una situazione di confine tra un campo e un altro non è il caso di preoccuparsi: ci sarà sempre un Caronte disposto a traghettarci sull'altra sponda.

Emilio Ilardi, Il senso della posizione: romanzo, media e metropoli da Balzac a Ballard

giovedì 5 maggio 2011

martedì 5 aprile 2011

43. Camminavo con la natura

Felice in ciò, che camminavo con la natura, senza avere pratica troppo presto delle deformità della vita affollata.
William Wordsworth

sabato 26 marzo 2011

lunedì 14 febbraio 2011

41. Tensione e vigilanza

Camminare in città è un’esperienza di tensione e vigilanza. La vicinanza delle auto è un pericolo costante, anche se il loro comportamento dovrebbe essere regolato dal codice della strada. Bisogna evitare la distrazione, che porta ad attraversare la strada senza guardare o fare spostamenti improvvisi sulla carreggiata. D'altronde alcune città ignorano i marciapiedi, e impongono di camminare sulla strada vicino alle auto. In Francia il marciapiede ha perso quasi ovunque la sua funzione di proteggere i pedoni, di fornire loro un luogo al riparo dal flusso delle auto. La sua superficie è diminuita nettamente nel corso del tempo, ha cessato di essere una zona neutra tra la casa e la strada, continuamente eroso da questa. Un tempo correva incontrastato lungo case e vetrine. (…) Non si può come un tempo sistemare una sedia sul marciapiede e guardare il flusso dei passanti. Lo spazio non basta. Qualche volta le panchine danno direttamente sul traffico, e non invitano ad accomodarvisi se non quando si è morti di stanchezza. Una città così manca di corpo, o piuttosto fa del corpo uno strumento ingombrante, faticoso, di cui si farebbe volentieri a meno.

David Le Breton, Il mondo a piedi. Elogio della marcia